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Juve: l'ambizione tattica di Pirlo e l'errore con Dybala. Inter: serve un Conte meno rigido (anche con Eriksen). Milan: un traghetto travestito da transatlantico. Napoli: il non-calcio di Gattuso. E due cose sul decreto

di Fabrizio Biasin
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© foto di Alessio Alaimo

Eccoci qui. Hanno chiuso il calcio "dei poveri". Ci sono mille ragioni. Forse persino qualcuna corretta. Ma alcune cose non hanno senso. La prima riguarda le regole. Cioé, se tu mi dici di seguire determinate regole e io faccio di tutto per seguirle - anche a costo di rimetterci una valanga di soldi - tu non puoi arrivare un bel giorno e dirmi "fa niente, chiudiamo lo stesso". Anche perché privare i ragazzini "della partita" non è una cosa da poco. Ve lo spiega il signor Juri Bocconcello in un post che vi incollo qua in fondo. Sempre in fondo, troverete una roba scritta da un giornalista pelato (io) che riguarda il calcetto, trattato come se fosse "lo sport del virus". Ma in tram dentro tutti, per carità.

Veniamo a noi. Si è giocato il derby. Ha vinto, meritatamente, il Milan. Meritatamente sì, perché se è vero che l'Inter ha avuto più occasioni, è altrettanto vero che Pioli ha sconfitto Antonio Conte quanto a impostazione del match: il suo 4-2-3-1 prima ha messo in seria difficoltà la difesa a 3 dell'ex ct, poi ha retto piuttosto bene l'onda d'urto nerazzurra nel secondo tempo.

Molti vi hanno giustamente parlato di un grande Ibrahimovic, noi non potremmo aggiungere nulla di più agli osanna dedicati a cotanto Zlatan e, allora, preferiamo parlare d'altro. Dello stesso Pioli, per dire.

Pioli aveva le stigmate del traghettatore da strapazzo, nessuno gli dava due lire, forse neanche i suoi amici. Ha iniziato a fare le cose per bene, a vincere, ma anche quando è stato confermato, in pochi credevano alla bontà del suo lavoro ("non durerà"). Lui che non alza mai la voce... ha messo a tacere tutti: 20 risultati utili consecutivi, squadra giovanissima, giocatori rigenerati, mai una polemica. Un esempio.

Anche Conte è bravissimo. Anzi, è tra i più bravi al mondo. Però sabato ha sbagliato e non c'è nulla di male nel riconoscerlo. La difesa a tre senza un paio di titolari non aveva senso, men che meno la difesa a tre con Kolarov. Ha scelto comunque di giocare così e ci può stare, ma a lui che - ripetiamo - è tra i più bravi al mondo, si chiede di riuscire a variare il piano tattico, magari persino nel corso dei 90 minuti.

E poi Eriksen che, è vero, ha sfruttato male i suoi 20 minuti, ma è anche vero che utilizzarlo a questa maniera significa fare di tutto per escluderlo. Sarebbe bello vederlo in campo per due partite di fila. 180 minuti. E poi fare i conti. Magari sbaglierà tutto e lo si farà fuori, ma almeno ci toglieremo il dubbio. Così è triste per tutti: per lui, per l'allenatore stesso, soprattutto per l'Inter, che poi è il bene supremo.

Postilla. È vero, l'Inter ha perso, ma evitiamo i drammi, che la rumba è appena iniziata.

E la Juve. La Juve ha un problema: gli avversari che fino a un anno fa davano per persa la partita in partenza (merito dei bianconeri, erano troppo più forti) ora non hanno più paura. E certo, l'assenza di Ronaldo è fondamentale, ma anche le scelte di Pirlo lo sono e al momento non funzionano: troppa "ambizione tattica", troppi esperimenti. Almeno inizialmente, faccia quello che hanno fatto i suoi predecessori (Sarri compreso), anteponga la concretezza alle idee personali, per quelle c'è tempo. E poi si affidi agli imprescindibili: Ronaldo quando potrà rientrare, ovvio, ma pure Dybala, sempre che la questione "rinnovo contrattuale" non abbia complicato le cose.

L'argentino sta tirando la corda? Può darsi, ma erano i dirigenti bianconeri che volevano venderlo un anno fa. Lui è rimasto, si è messo a disposizione, è stato il giocatore più forte della serie A 19-20 (con tanto di premio). Bisognava pensarci un anno fa, al rinnovo, non a un anno e qualche mese dalla scadenza. Poi, certo, scriverlo è facilissimo, trovare la quadra è decisamente più complicato.

Che Gattuso non è solo quello della grinta l'avete mai letto? Come dite? Tremila volte? È vero, diciamo sempre le stesse 4 balle. Ma il dato di fatto è che troppe volte, a Gennarino, hanno dato dell'improvvisato e la verità è che fino a un anno fa, semplicemente, non aveva il materiale adatto per mettere in pratica la sua idea di calcio. Ora sì, eccome se ce l'ha. E si vede. Bravo lui e pure Gigi Riccio, vice preparatissimo (so che ci legge, lo scrivo per quello).

E ora, come promesso, due punti di vista sul "calcio dei poveri", il primo pubblicato su Facebook dal signor Bocconcello, il secondo dal sottoscritto. Saluti e buona mascherina a tutti.

1) Eh niente, il cancello si chiude ancora una volta.

Un peccato per tutti i bimbi e ragazzi che, non avendo altro da fare, potranno scegliere tra rimanere chiusi in casa davanti ad uno schermo o fare un giro in centro, in piazza, dove sicuramente sarà presente del gel per le mani e un addetto alla misurazione della temperatura.

Magari andranno in bus, distanziati e rispettando la capienza massima, bus che sanificheranno dopo ogni utilizzo, chiaramente.

Un peccato, già.

Un peccato perché ci avevano detto di indossare sempre le mascherine e noi ne abbiamo regalate 250 personalizzate.

Un peccato perché ci avevano chiesto di limitare gli assembramenti agli ingressi, e via di discussioni tutti i giorni con chi pensa che quello sia il tuo nuovo passatempo preferito.

Abbiamo anticipato poi posticipato poi anticipato e posticipato ancora allenamenti e gare in modo tale da garantire la minor concentrazione di persone.

Abbiamo creato percorsi di entrata uscita corridoi di passaggio con nastri ostacoli e cartelli che neanche al giro d'Italia.

Abbiamo fatto cambiare i nostri ragazzi 4 alla volta poi 8 poi garantendo un metro di distanza poi erano meglio due, allora sai che c'è? Tutti con la mascherina anche nello spogliatoio. E la doccia? A distanza pure quella!

Abbiamo inserito multe su multe e minuti che diventavano ore di spiegazione perché per noi era importante che i ragazzi non solo rispettassero le regole ma anche che capissero il perché, anche se a volte perfino per noi era difficile capirlo.

Un peccato perché abbiamo sanificato palloni, cinesini, conetti, la panchina dopo ogni cambio gara, le mani prima dopo e durante gli allenamenti.

Abbiamo pulito igienizzato e sanificato gli spogliatoi dopo ogni utilizzo.

Abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di cambiarsi con porte e finestre aperte perché "dobbiamo rispettare le regole".

Abbiamo tenuto registri e autocertificazioni fino a riempire la segreteria.

Ascoltato in silenzio quando ci spiegavano che l'autocertificazione dei 14 giorni passati era valida per i 14 giorni futuri, che neanche ilmeteo è così lungimirante.

Un peccato perché abbiamo litigato. Si abbiamo litigato tutti i santi giorni con chi credeva fossimo troppo precisi con chi pensa che il Covid-19 non esista, con quasi tutte le società ospiti ma anche tra di noi, mister e dirigenti, perché non è facile ricordarsi e rispettare tutto alla lettera ma l'obiettivo era chiaro e comune:

Rispettiamo tutte le regole perché il bene dei nostri ragazzi è più importante.

E per i ragazzi era chiaro:

Rispetta le regole perché altrimenti si chiude.

Si sono cambiati all'aperto pur di giocare.

E invece?

E invece è un peccato.

Juri Bocconcello

Fcd Bulgaro Academy - Scuola Calcio Riconosciuta FIGC

2) Ciao. Un mio caro amico, per campare, organizza campionati di calcetto. È una cosa che ha "inventato" diversi anni fa e funziona bene. Partecipano un sacco di squadre "milanesi" composte da "atleti" più o meno abili, le quote sono accessibili, spesso finisce a mazzate per questioni puerili che neanche sto a dirvi e, insomma, ci si diverte.

L'organizzazione - vi assicuro - non è semplice, ma dopo molti anni il mio amico sa muoversi agilmente (conosce tutte le strutture della città, ha un gruppo di collaboratori validi, arbitri a volte sobri, un sito all'avanguardia, calendari ben strutturati).

Fine del preambolo.

A marzo al mio amico hanno detto "si chiude". Lo hanno detto a lui, lo hanno detto a tutti. Non ha fiatato, lui come gli altri.

Sono passati i mesi. Mesi non facili per chi, come lui, si è visto azzerare gli incassi. Non tanto (o non solo) per una questione economica, ma più che altro "psicologica" (non sai quando potrai tornare a fare il tuo lavoro).

Poi è finito il lockdown, i Grandi Capi hanno dato l'ok per le riapertura di questa e quella attività, fino allo sport. Il calcio "dei grandi", per dire. A lui e quelli come lui hanno detto "no, aspettate ancora un po' che dobbiamo essere sicuri".

Ha aspettato e un filo si è incazzato perché ha scoperto - ma lo sapeva già - che in Italia vince chi urla e ha qualcuno che "spinge".

Loro, i calcettari, anche se "muovono" migliaia di persone, non hanno nessuno. E mentre tutti più o meno facevano ripartire il motore, loro, giocoforza, hanno dovuto attendere in silenzio (incazzati neri, ma comunque rispettosi).

Nonostante l'incazzatura crescesse giorno dopo giorno ("ministro, che si fa? Manchiamo solo noi degli sport di contatto amatoriali...") si sono portati avanti con i lavori: misuratori di temperatura, spogliatoi diversificati, igienizzanti, censimento dei partecipanti all'ingresso, eccetera eccetera.

Un sacco di spese, ma del resto è toccato a (quasi) tutti e comunque, oh, o così o niente.

A un bel punto il ministro ha concesso la riapertura, ma l'estate era già in fase avanzata e colcazzo Tizio e Caio avevano voglia di giocare a calcetto con 35 gradi, meglio un bel bagno al mare (giustamente) o due salti da Briatore.

A settembre il mio amico e i suoi concorrenti si sono messi sotto per far ripartire la macchina: raccogli le iscrizioni, concedi dei buoni per agevolare chi non ha terminato il campionato precedente (ovvero tutti), assicuri il rispetto delle regole imposte da chi comanda.

Una faticaccia, perché le perdite sono ingenti e i ragionamenti sul futuro non ti fanno proprio brillare gli occhi, ma in fondo non c'è alternativa e, allora, "stringiamo i denti e andiamo avanti anche se non ci dà retta nessuno".

Fino a settimana scorsa. Settimana scorsa è uscita l'anticipazione sul dpcm. I titoli, ovunque, recitavano così: "Stop a calcetto e feste". Non "Stop a sport di contatto amatoriali" ma "calcetto". Come dire: "Basta voi stronzi e furbetti del calcetto che infettate il Paese".

Il calcetto.

Il calcetto preso come esempio di "attività da bloccare per dare un calcio nei coglioni al virus e ai cittadini che se ne fottono".

Il mio amico si è incazzato. E io pure. Ma non tanto per i "futuri" mancati incassi dopo lo "zero" degli ultimi sei mesi (la sua "azienda" per fortuna ha funzionato bene negli ultimi anni), semmai per la vaga sensazione di presa per il culo.

Il calcetto: sospeso giustamente a marzo, bloccato pure a giugno quando nei parchi giovani e meno giovani giocavano a palla rimbalzella uno attaccato all'altro, "umiliato" ora.

"Chiuderemo il calcetto".

E a voi questa cosa sembrerà banale ma provate per un attimo a mettervi nei panni di chi, da sei mesi, continua a dire "obbedisco", accetta regole, zero euro di incassi, non ha uno straccio di megafono a cui attaccarsi per far rispettare se stesso e i suoi collaboratori e ieri, in tarda serata, ha saputo che quelli che comandano, nel mucchio, hanno pescato proprio lui: "Basta! Dobbiamo rimettere ordine! Chiudiamo il calcetto!".

Il calcetto come esempio maximo di "cattiva gestione delle cose". Come se avesse realmente mai riaperto, tra l'altro.

Viene da pensare che questi qui, all'oratorio, quando si facevano le squadre, li sceglievano per ultimi.

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