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ESCLUSIVA TMW - 501 volte Ibra, l'ex dirigente all'Ajax: "Quante litigate, ma ora merita il Pallone d'Oro"

di Giacomo Iacobellis
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© foto di Insidefoto/Image Sport

501 gol. Cinquecentouno centri a livello di club. Zlatan Ibrahimovic, ieri pomeriggio, ha scritto un'altra pagina di storia, l'ennesima della sua lunga e strepitosa carriera. Conoscendolo, a 39 anni suonati il bomber svedese non si dilungherà però più di tanto nei festeggiamenti, concentrandosi fin da subito sulla sua rete numero 502 e, soprattutto, sul sogno Scudetto del suo Milan.

Se l'Ibra di oggi è diventato ormai icona globale, dove e quando è iniziata la favola ad alti livelli dell'attaccante sbocciato nel Malmö FF? Semplice, nella leggendaria fucina di talenti dell'Ajax, il club che nel 2001 - su indicazione dell'osservatore John Steen Olsen - decise di portarlo in Olanda con l'investimento più dispendioso della sua storia. Era l'Ajax di Beenhakker, Koeman e anche David Endt, storico Team Manager dei lancieri dagli anni '90 fino al 2013. È proprio quest'ultimo, dunque, che TuttoMercatoWeb.com ha raggiunto in esclusiva in queste ore per celebrare il nuovo traguardo di Zlatan e raccontare i suoi primi passi nel calcio d'élite.

"La prima volta che ho sentito parlare di un certo Zlatan Ibrahimovic era il marzo 2001 e mi trovavo nella riunione settimanale dello staff tecnico dell'Ajax. Seduti al tavolo con me c'erano il nostro direttore tecnico, gli allenatori e i responsabili dello scouting del club. Ibra c'era stato segnalato espressamente dal nostro osservatore per la Scandinavia, il danese John Steen Olsen. 'È un attaccante da Ajax’, diceva. ‘Ha i mezzi tecnici e il coraggio giusto. Però ha un carattere un po' particolare'", esordisce David Endt ai nostri microfoni. "Così decidemmo di seguirlo da vicino... Una volta finito il campionato in Svezia, ci fu l'occasione di vederlo all'opera nel ritiro/stage della Nazionale svedese A e B a La Manga, in Spagna. Partirono il nostro allenatore e poi anche il direttore tecnico, Leo Beenhakker. Il risultato? Ibra mise tutti d’accordo e decidemmo così di presentare un'offerta, se vogliamo anche un po’ esagerata per un ragazzo di appena 20 anni, di quasi 9 milioni di euro".

Che ricordo ha del primo Zlatan Ibrahimovic?
"Quando arrivò all'Ajax era già famoso nella sua Svezia, era un esempio per i ragazzi anche in virtù della sua personalità un po' speciale. Noi come club eravamo stati informati del suo carattere difficile e ci preparammo quindi per provare a gestirlo. Ricordo che Ibra voleva sempre strafare, mostrare le sue qualità tecniche. Non capiva le critiche, non accettava specialmente il rimprovero di dover giocare di più per la squadra. A volte in campo era scontroso, anche nervoso con falli evitabili, cartellini gialli e cartellini rossi... Non voleva comprendere che il calcio professionistico era qualcosa di diverso dal suo stile. Diciamo che aveva la testa dura (ride, ndr)".

Da Team Manager avrà avuto modo di seguirlo molto, molto da vicino durante la sua avventura di tre anni all'Ajax.
"Io avevo parecchi problemi con lui, vi dico la verità. Dovevo indicargli sempre cosa fare e cosa no a livello di atteggiamento e comportamento, quelle piccole regole che mandano avanti con ordine e disciplina uno spogliatoio. Lui non accettava, non perché non volesse capire, ma piuttosto perché non sopportava il mio ruolo di maestrino. Dopo quasi due anni ho finalmente imparato a ‘gestirlo’. Come? Dandogli delle responsabilità, considerandolo non più come una giovane promessa ma come un uomo responsabile. Fu davvero una bella lezione per me. Da quel momento, tra me e Ibrahimovic, c'è stato infatti un rispetto reciproco che ancora oggi, dopo tanti anni, mantiene vivo un buonissimo rapporto".

A livello tecnico invece che approccio ebbe con la squadra di mister Koeman?
"Ibra ha sempre avuto le idee chiare, sapeva cosa fare con e senza la palla tra i piedi. Ricordo bene le sue magie nello stretto, i suoi tiri esplosivi, la sua tecnica superiore e il suo, già all'epoca, potentissimo fisico. Era un calciatore fuori dal comune, si vedeva anche a 20 anni. Per quanto riguarda il suo rendimento, ebbe una prima fase di assestamento in cui si sentiva forse incompreso. L'Ajax lo aveva pagato tanti milioni e lo spazio che gli veniva dato dall'allenatore non era altrettanto importante. Alla fine, in ogni caso, Ibra si rivelava comunque decisivo in campo. Penso per esempio al golden goal nella finale di Coppa d'Olanda del 2001-2002 contro l'Utrecht".

Tra gli aneddoti più divertenti del passato, quale le viene in mente in particolare?
"Alla sua prima stagione Ibra diceva di non voler giocare col cognome di famiglia, 'Ibrahimovic', ma col più artistico 'Zlatan' scritto dietro la maglia. L'anno dopo feci preparare le maglie proprio così e lui, alla prima uscita, mi sorprese ancora una volta: 'Ma come Zlatan? Io gioco col mio cognome: Ibrahimovic. Mio padre mi ha detto che devo fare così'. Non sapevo davvero cosa rispondergli... Morale della favola: dovetti cambiare di nuovo tutte le maglie ripassando da Zlatan a Ibrahimovic".

Ne è passato di tempo e, dopo tante avventure in giro per il mondo, il presente di Ibrahimovic si chiama Milan. Se lo aspettava così decisivo anche a quasi 40 anni?
"Ibra coi suoi gol sta dimostrando di essere uno dei più grandi di sempre, secondo me merita un Pallone d'Oro per la sua opera totale nel calcio. Fin dal primo giorno in cui l'ho visto allenarsi con l'Ajax, lui aveva una missione: diventare il più bravo di tutti. Faceva le sue bizze, ma lavorava sempre sia in campo che in palestra per diventare ogni giorno migliore. Sono contento per lui e mi piace molto il fatto che non si senta mai sazio di reti, di vittorie e di titoli, neanche a 40 anni. I giovani del Milan lo seguono con fiducia e oggi Zlatan è più che mai un esempio. Che dirgli di più, se non congratulazioni! Anche il mondo Ajax fa il tifo per lui".

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