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Nanni (commissione medica FIGC): “Serve autorità terza per certificare la regolarità dei test”

di Raimondo De Magistris
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Ospite del convegno “Lo sport oggi: dall’emergenza alla ripartenza”, organizzato dall’Università di Bologna e dalla rivista Diritto dello Sport, il professor Gianni Nanni, medico sportivo del Bologna e rappresentante dei medici di Serie A nella Commissione medica FIGC, analizza il percorso verso la ripresa: “In questo momento sono concessi gli allenamenti collettivi, ma con un protocollo molto preciso e particolare, approvato due settimane fa dal Governo e dal CTS. È un protocollo a maglie molto strette: ha cercato di aumentare un pochino la libertà dei nostri calciatori, senza rinunciare alla sicurezza. Mi spiego: venivamo da un’emergenza, da un lockdown, abbiamo giocato l’ultima partita il 29 febbraio. Si diceva che potevamo anche giocare l’8 marzo con la Juve in casa a porte chiuse, poi è saltato tutto e dal 10 marzo il centro è rimasto chiuso. I nostri calciatori hanno seguito i consigli, alcuni stranieri sono andati all’estero ma la maggior parte sono rimasti a Bologna e ogni giorno davamo loro un programma da fare a casa, ma si parlava di allenamento solo atletico. Poi ci sono stati concessi gli allenamenti individuali, che ovviamente non possiamo definire allenamenti di calcio: siamo partiti con questi, fino al decreto che ha approvato il protocollo della FIGC, al quale ho contribuito anche io. Pensate che la prima versione prevedeva di portare sin da subito tutto il gruppo squadra, dai calciatori ai dirigenti passando per magazzinieri, medici e via dicendo, immediatamente in ritiro fino all’inizio delle competizioni e probabilmente fino alla fine del campionato. Avremmo chiesto a calciatori che erano in casa da due mesi e mezzo di andare in ritiro per altri due mesi e mezzo. Abbiamo chiesto e ottenuto di non andare in ritiro, o almeno renderlo facoltativo, però senza rinunciare a criteri di sicurezza molto stringenti. Il protocollo così arrivato è a maglie davvero molto strette, poi ci sarà anche quello sulle gare”.

Cosa ci può anticipare al riguardo? “Dovrà essere uniformato e calendarizzato in funzione delle partite e delle giornate che mancano fino alla fine. Sarà a grandi linee la stessa cosa: tampone ogni 4 giorni e sierologico ogni 15, ma a seconda delle partite. Tornando a quello sugli allenamenti, attualmente prevede che con un solo positivo il gruppo squadra debba isolarsi ed eseguire tamponi ogni 2 giorni, sierologici ogni 10 giorni. Punta a evitare nuovi contagi e a evitare che eventuali casi siano pericolosi per la collettività. Chiaramente creerebbe un problema se ci fosse un positivo, ma per ora è stato approvato questo e dobbiamo fare i conti con questo”.

Come si coniuga questa necessità di test continui con la difficoltà di reperire i reagenti?
“A livello di società, si riesce a seguire questa cadenza, tramite convenzioni con le Regioni e con laboratori privati accreditati. Ma quello che abbiamo chiesto veramente è di avere un’autorità terza che gestisca questo problema degli esami Covid, garantendo anzitutto il prelievo di questi esami, la loro processazione e la loro refertazione, come pure la regolarità verso il mondo esterno. Questo perché, ovviamente, se hai un positivo asintomatico il sabato prima della partita fondamentale, e magari un giocatore molto importante, può venirti la tentazione di dire: ‘dammelo dopo la partita il referto’. O viceversa, una società che a 3-4 gare dalla fine rischia la retrocessione può magari pensare di annunciare di avere due-tre positivi e fermare tutto. Per questo è necessario certificare la regolarità di questi test”.

In Germania il calcio è ripartito.
”È vero che la Bundesliga è ricominciata, ma hanno un’organizzazione diversa e hanno avuto un impatto diverso per quanto riguarda l’epidemia Covid. Tenete presente che la Bundesliga, considerando le prime tre serie professionistiche, fa ogni settimana 20-25 mila tamponi, pari allo 0,4% del fabbisogno nazionale. E inoltre la legge è diversa. In Italia i calciatori sono dipendenti delle società, in Germania no. La paura di certe componenti del mondo del calcio a far ripartire le competizioni deriva anche dalla paura di essere coinvolti in queste vicende”.

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Lunedì 06 Luglio 2020
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