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Parisi: "Roma, ambiente fantastico. Lo Sheffield è il mio modello: vi spiego perché"

di La Giovane Italia
Parisi: "Roma, ambiente fantastico. Lo Sheffield è il mio modello: vi spiego perché"
Recentemente promosso alla guida dell’Under 18 della Roma, Aniello Parisi è reduce da un’ottima annata sulla panchina dell’Under 16 giallorossa, interrotta sul più bello a causa dell'emergenza sanitaria che ha stoppato anzitempo tutto il movimento giovanile nazionale. La sospensione dei campionati ha tolto al tecnico la possibilità di lottare per vincere il titolo: “Eravamo primi con dieci punti di vantaggio” spiega Parisi “e ad agosto dell’anno scorso avevamo anche vinto i nostri primi due tornei.” Al tecnico di San Giuseppe Vesuviano resta però l'orgoglio di aver plasmato un gruppo di ottima prospettiva, con un lavoro evidentemente apprezzato dalle parti del Tre Fontane vista la promozione sulla panchina dell'Under 18. Mister Parisi ha raccontato a La Giovane Italia la sua filosofia di calcio, influenzata da una passione per il calcio inglese, al quale guarda con grande interesse per le innovazioni tattiche che cerca di applicare, con successo a giudicare dai risultati, al calcio giovanile. Mister, sei contento di riprendere in mano il gruppo del 2003? Avete già cominciato a lavorare di nuovo? “Sì, li ho già avuti due anni fa e ora tornerò ad allenarli dopo un anno passato con i 2004. Inizierò solo con i 2003 a disposizione, poi però valuteremo se inserire anche qualche 2004. Abbiamo già cominciato a fare riunioni video, e il nostro direttore ha già provveduto a far arrivare dal Cittadella il portiere Alberto Milan e dalla Juventus il difensore centrale Niccolò Giorcelli. Abbiamo soltanto qualche problema a livello di terzino sinistro, perché non abbiamo molte alternative, avendone solo uno per ruolo dalla Primavera all’Under 17". Sarà un gruppo competitivo? “Sarà sicuramente un gruppo competitivo, ma a livello nazionale il girone che fa la Roma nel campionato U17 a volte è poco allenante: nei gironi Nord ci sono squadre più attrezzate e complete e se sei costretto ad affrontarle sistematicamente dai una formazione diversa ai ragazzi. Bisognerà abituarsi a scontrarsi tutte le settimane con le squadre più forti d’Italia e il passaggio non sarà facile. Tuttavia, avere un campionato difficile secondo me aiuta i ragazzi a crescere ed è un passaggio formativo necessario. In Under 16 ho sempre avuto gruppi forti, ma se vinci ogni settimana 7-0 fai fatica a far capire che c’è bisogno di migliorare comunque". E come facevi capire ai ragazzi che avevano bisogno di fare qualche passo in avanti? “Noi registriamo sempre partite e allenamenti per poi mostrare in video ai ragazzi dove secondo noi hanno bisogno di migliorare. La maggior parte delle volte però, invece che mostrare la partita domenicale, gli mostriamo la partita d’allenamento, perché di fatto era la partita più provante: metteva a confronto i migliori attaccanti e i migliori difensori del campionato, oppure quella contro i loro compagni della Primavera. L’obiettivo è quello di mettere i ragazzi nell’ottica che c’è bisogno di fare ulteriori salti di qualità e spesso gli allenamenti e le partite in famiglia ci hanno permesso di mettere in risalto gli aspetti da sistemare. Due anni fa, al mio primo anno con i 2003, avevamo dominato il campionato prima dei play-off, con il miglior punteggio e il miglior attacco d’Italia. Tuttavia, ai play-off incontrammo una squadra molto aggressiva e pratica come l’Empoli, ultima qualificata. Venimmo eliminati, perché effettivamente i nostri ragazzi non erano abituati a giocare partite contro squadre di questo tipo. Sono anche sicuro però che una sconfitta del genere abbia lasciato molto ai nostri ragazzi, messi di fronte al fatto di avere ancora strada da fare". Siete comunque uno dei settori giovanili migliori d’Italia. “È bellissimo lavorare in questo ambiente, ti accresce e c’è grande rapporto con colleghi e scout. Lavoriamo su dei principi comuni a tutti, dall’Accademia fino alla Primavera, cercando di dare lo stesso stile e lo stesso modello di gioco ad ogni livello. Sia per noi tecnici che per i giocatori secondo me dopo è difficile staccarsi da questa impronta. Inoltre, l’altra grande differenza sono gli staff, sempre composti da sei-sette persone. Ci sono prime squadre che hanno staff più ridotti". Un giorno comunque vorresti allenare una prima squadra? “Certo che sì, vorrei un giorno trovare un progetto interessante che mi faccia lavorare bene e con calma. Il salto dai ragazzini agli adulti a volte è difficile, perché non ti vengono lasciati molti spazi di manovra e perché ci sono pressioni molto diverse. Tuttavia se dovesse arrivarmi l’offerta giusta, che mi desse la possibilità di iniziare un percorso, ci penserei seriamente". So che sei un grande appassionato di calcio inglese e soprattutto dello Sheffield United di Chris Wilder, recentemente votato secondo al premio Manager of the Year. Ci parli un po’ del suo modello di gioco? “Chris Wilder ha sviluppato un sistema di gioco classico, basato su un 3-5-2 o un 3-4-2-1. La grande differenza sta nell’impostazione di gioco, che viene avviata dai due braccetti difensivi (i due centrali laterali). La particolarità è che questi due difensori partecipano a tutta l’azione, rimanendo al centro del gioco e spingendosi in avanti, creando così un sovrannumero offensivo. In Italia, l’unico giocatore a fare un lavoro di questo tipo è Toloi, ma più per ordini di marcatura che per altro. In questo caso invece prende parte anche alla fase conclusiva dell’azione, portandosi in area per colpire di testa. È una squadra organizzatissima, con tutti i giocatori che scalano: i centrocampisti tatticamente più intelligenti arretrano nel momento in cui i difensori salgono in avanti, in modo da non lasciare la retroguardia scoperta. È un calcio molto propositivo e divertente, che lo Sheffield ha proposto anche contro le squadre più quotate riuscendo a disputare un campionato di alta classifica". Quindi non ti dispiacerebbe fare un’esperienza all’estero, un giorno. “Si tratta di un’ipotesi che non escludo: mi piace viaggiare e scoprire la cultura dei vari paesi e anche perché all’estero credono un po’ di più nei progetti e nella crescita dei giovani, nel farli maturare in fretta e portarli presto a misurarsi con i grandi".
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