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di Gabriele Chiocchio
Fonte: L'editoriale di Gabriele Chiocchio

Le partite di fine ciclo, o meglio, le partite in cui la Roma sembra a fine ciclo pur, ovviamente, non essendolo, sono ormai una triste abitudine; contro l’Udinese si è però andati decisamente oltre, specie pensando anche a quanto i giallorossi hanno spinto per tornare a giocare dopo la pandemia. Condizioni climatiche non ottimali e mancanza di stimoli non possono chiaramente bastare a motivare una prestazione completamente priva di qualsiasi cosa possa essere descritta come “di calcio” nell’arco di quasi cento minuti giocati contro una squadra che nel girone di ritorno non aveva mai vinto e che fuori casa aveva ottenuto appena due successi in tutta la stagione. La nona sconfitta della Roma in campionato è, probabilmente, nata già nella stesura di una formazione più somigliante a un undici di prova di un’amichevole estiva - di cui, tra l’altro, sarebbe quasi periodo - che a uno messo in campo per puntare a un obiettivo, per quanto remoto esso sia (o fosse). Ünder “non era in condizione” ma è sceso lo stesso in campo, con un Perotti che non era pervenuto neanche a Milano (e oggi lo è stato, ma per ben altri motivi) e un Fazio mai impiegato dalla ripresa e schierato, in assenza di Mancini,  senza guardare le caratteristiche dell’avversario che affrontava: rotazioni più "scientifiche" che realmente motivate da fattori tecnici. Mosse apparentemente poco sensate prima e confermatesi tali anche dopo; in mezzo, una squadra incapace di trovare un’alternativa al tentativo di recupero palla in alto, abortito a causa di una condizione fisica ancor più che approssimativa, e tante (quasi tutte) prestazioni individuali gravemente insufficienti sotto ogni aspetto, con una gravità maggiore del primo aggettivo rispetto al secondo. Tre mesi di stop - che sono stati tali per tutte le 20 squadre della Serie A - hanno cancellato ogni progresso compiuto da parte di tutti, calciatori e staff, gettando la Roma in un loop ancora più negativo dei suoi soliti loop negativi. La Champions League, che per come si era messa la classifica già era un obiettivo improbabile da raggiungere a marzo, è un discorso chiuso e dover difendere il quinto posto (se non il sesto o addirittura il settimo) non può creare stimoli sufficienti per poter anche solo provare a ripartire. Non sembra esserci via di uscita in un campionato in cui si conteranno, a rovescio, le partite che mancano alla fine prima della fase finale dell’Europa League da giocare in chissà quali condizioni. Chiedersi il perché di tutto questo, adesso, significherebbe solo darsi la risposta che ci si vuole dare; resta il fatto che prima o poi andrà capito perché se alla Roma le cose vanno male, finiscono sempre per andare ancora peggio.


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Mercoledì 05 Agosto 2020