Allegri sì, Allegri no: tre nomi per fare un passo indietro. Ma Paratici ribadisce il concetto e fa bene. Il Barça peggio che andar di notte, ma ha dei punti deboli

di Ivan Cardia

Allegri resta, Allegri va via, Allegri va avanti ma qualcuno continua a storcere il naso. Siccome siamo nel Paese delle chiacchiere, discutiamo un giorno sì e l'altro pure del futuro del tecnico bianconero. Che nel frattempo del brusio di sottofondo se ne frega e continua a guidare la sua Juve come meglio non potrebbe. L'ha confermato Marotta due settimane fa, l'ha confermato Paratici ieri sera: Allegri resta, alla Juventus sono contentissimi di lui. Se poi sia lui a non essere convinto, è un altro paio di maniche, ma nulla al momento fa propendere per questa tesi. I grandi cicli, in Italia, non esistono: ci sono direttori sportivi ingombranti e oggi agenti ancora più ingombranti. C'è l'allenatore da cambiare per dare scosse o ravvivare l'ambiente. Allegri modello Ferguson o Wenger, per capirsi, non lo vedremo mai. Non perché sia Allegri, ma perché il calcio italiano ha una diversa forma mentis rispetto a quello britannico. Nel bene e nel male. 

Nel frattempo, i nomi che circolano sono da passo indietro, sempre e comunque. A costo di essere ripetitivo, è difficile trovare qualcuno che entusiasmi. A Roma c'è Luciano Spalletti che si è stancato dell'ambiente giallorosso, aspetta Pallotta ma soprattutto una chiamata da qualche chilometro più a nord. È un grande allenatore, Spalletti, quando si tratta di mettere la squadra in campo. È flessibile a livello di modulo, sa sfruttare al meglio i propri giocatori, sa dare a ciascuno la propria centralità. Non sa gestire un ambiente complicato come quello romano e romanista, questa la sua peggior pecca. Ha voluto primeggiare su Totti e ha vinto pure un paio di battaglie, ma perderà la guerra. Anche perché ha fatto bene ma non benissimo: in campionato il secondo posto per la Roma è diventato quasi un obbligo, dopo che in Europa ha rimandato due volte la possibilità di dimostrare di essere una grande squadra. Sfuggirà a Maurizio Sarri, il secondo posto, ma anche nel caso del tecnico del Napoli ci sono luci e ombre: poco flessibile in campo, molto schietto fuori. E blindato dal club: prendere Sarri vuol dire sborsare 6-7 mulino di euro al Napoli, per un tecnico che gioca un calcio bellissimo a vedersi ma sempre uguale a se stesso, troppo uguale a se stesso. Come quello di Paulo Sousa, altro nome che la dirigenza bianconera vaglia perché è normale vagliare tutte le possibilità. Su 18 mesi italiani, il portoghese ne ha vissuti 6 in cui ha dato lezioni di calcio a tutti. Anche più di Sarri. L'anno restante si è però fermato, non ha alzato la voce quando avrebbe potuto o dovuto farlo, ha mandato in campo qualche formazione che sembrava un dispetto più che un tentativo di vincere la partita. Son tre nomi buoni per fare un passo indietro, insomma. Posto che un successore ad Allegri prima o poi andrà trovato e che comunque sarà difficile prendere qualcuno che abbia vinto più di lui (Zidane sarebbe e rimarrà un bellissimo sogno), meglio puntare su qualcuno in rampa di lancio: un fiorino su Vincenzo Montella, due su Simone Inzaghi. Il primo aspetta di capirci qualcosa dei cinesi, ma ha dimostrato di meritare una squadra che viaggi alla sua stessa velocità. In un anno ha regalato al Milan un centinaio di milioni di euro in potenziali plusvalenze, rendendo in qualche modo competitiva una squadra costruita senza un filo conduttore. Il secondo è la vera rivelazione di questo campionato, ma dovrà confermarsi e deve fare un po' di gavetta. Aspetterà, lo si potrà aspettare.

Di deferimenti e casi giudiziari preferirei non parlare. Lo fanno tutti, ci si potrebbe astenere. Il clima da caccia alle streghe è percepibile, attorno alla Juventus: in campo e fuori, i bianconeri sono tornati alla guida del nostro movimento e per questo vivono sotto lente d'ingrandimento. Le accuse sono gravi ma lasciano dubbi, per esempio relativi alla tempistica. Ci vuole rispetto, nei confronti sia della Vecchia Signora che delle autorità competenti: il tema del rapporto fra club e tifoserie organizzate è delicato e anche pieno di ombre. Lasciamo che la giustizia faccia il suo corso, poi però se qualcuno avrà sbagliato, che paghi, per una buona volta. E già che c'è sarebbe anche il caso che ci spieghi, comunque, perché sulla Juve si tiene un riflettore acceso sempre e comunque, mentre sul closing del Milan non leggiamo mai nulla se non fumose caparre in arrivo domani. 

Arrivo un po' tardi, ma come tutti quelli che parlano per non sapere fare, non voglio far mancare i miei due centesimi sull'incrocio col Barcellona. Il peggiore che potesse capitare, senza se e senza ma. I blaugrana a livello mentale sono galvanizzati dal 6-1 rifilato al PSG: quando succedono cose del genere, ti convinci di poter fare davvero tutto. Se poi ti chiami Messi o Neymar, ci riesci. A livello tecnico la squadra catalana resta la più completa e pericolosa d'Europa: se accelera è inarrestabile. Detto questo, il 4-0 nel turno d'andata contro il PSG direbbe anche altro, come qualche intoppo patito in Liga. Che il Barça, la squadra più uguale a se stessa da 3-4 anni a questa parte, è fortissimo ma anche fragile. E non imbattibile. Chi dice che per la Juve è una buona occasione per la rivincita del 2015, o che prima o poi si incontrano tutte, mente. A fin di bene, ma sapendo di mentire: il Barcellona speri di non incontrarlo mai, al massimo in finale se proprio devi. Però può l'essere l'occasione per capire se davvero la montagna ha partorito un topolino in grado di scalarla.  


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Martedì 25 Aprile 2017
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