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E se la Juventus di Pirlo dovesse ripartire dalle basi?

di Ivan Cardia
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Perdere contro il Barcellona ci sta. Perdere contro il Barcellona senza Cristiano Ronaldo può capitare. Perdere contro il Barcellona senza Cristiano Ronaldo, Chiellini e De Ligt, con Bonucci a mezzo servizio, figuriamoci. Magari sarebbe meglio farlo senza subire per quasi tutti i 90 minuti un avversario che sulla carta avrebbe problemi molto simili ai tuoi, sia per la rifondazione in corso che per le recenti delusioni in campionato, per non parlare delle tantissime assenze, anche di giocatori chiave. E lasciamo da parte i tre gol annullati per fuorigioco millimetrici ad Alvaro Morata: roba da mangiarsi le mani, vero. Non abbastanza da farli diventare alibi dietro cui nascondere una serata come quella di ieri, in cui la Juventus ha faticato tantissimo, molto più del previsto. Ha tirato zero volte in porta: non era mai successo da quando la Champions League ha cambiato format, stagione 2003/2004. Ha subito in ogni singola fase di gioco la verve dei catalani, forse ringalluzziti dalle recenti dimissioni di Josep Bartomeu, che evidentemente non stava molto simpatico, per usare un eufemismo, alla Pulce e ai suoi adepti. Cioè chiunque graviti attorno al mondo del Barça.

E se la Juve di Pirlo dovesse ripartire dalle basi? Non è il solito discorso sull'inesperienza del nuovo tecnico bianconero. È una scommessa, senza misure: questo ormai l'abbiamo detto, scritto e letto milioni di volte. È un percorso che può avere soltanto due esiti: può andare benissimo o malissimo, difficile vi siano mezze misure perché sarà una rivelazione o la conferma che il passo è stato avventato. No, il punto non è che il Maestro, tale in campo ma giocoforza non ancora in panchina, abbia poca o nulla gavetta. Il focus è un altro: a prescindere dal fatto che sia la sua prima avventura in panchina, l'impressione è che Pirlo stia cercando di accelerare un processo per molti aspetti fisiologico, ma che a qualsiasi squadra sarebbe difficile da imporre in così poco tempo. Figuriamoci a una che in Italia vince da nove anni e da almeno tre vive su evidenti contraddizioni.

La Juve non ha un'identità. E questa non è una novità. Non è riuscito a dargliela Sarri, che ha tentato una sorta di rivoluzione e poi è stato silurato quando sembrava sceso a patti con un DNA prevedibilmente lontano dal suo modo di intendere il calcio. Non era riuscito a fornirgliela Allegri, almeno non nel suo ultimo periodo, quando più che multimorfe e flessibile la squadra bianconera era diventata amorfa e dipendente dalle giocate dei singoli. Pirlo sta provando ora a costruirla, ma in un processo di rinnovamento già di per sé delicato corre il rischio di mettere sin troppa carne al fuoco. L'esito: ieri sera non sono arrivati né la prestazione né il risultato. È successo col Barça, ma anche con Roma, Crotone e Verona. Giocatori come Chiesa o Kulusevski, per esempio, hanno già da superare la difficoltà di adattarsi a un ambiente nuovo e molto diverso da quello in cui sono sbocciati. Con Allegri, verosimilmente, non avrebbero visto il campo con tanta facilità. Figurarsi essere titolari e col fardello di dover fare la differenza. La questione del modulo, poi, non è un tema secondario. Può darsi che schemi e numeri siano gabbie a cui il calcio stia sfuggendo, così come i ruoli siano diventate definizioni troppo rigide per un gioco ormai ontologicamente fluido nei suoi interpreti. Resta, però, una certezza: chi va in campo deve sapere cosa deve fare. Col Barcellona non c'è stata la sensazione che fosse così, anzi. Per dirne una: il pressing alto che Pirlo ha spesso indicato come via è stato praticato solo a sprazzi e mai con i tempi giusti. Così, forse, aspettando CR7 e gli altri, assenze da non sottovalutare, la Juventus ha bisogno che chi la guidi alzi un attimo il piede dall'acceleratore. Gioca complicato soltanto chi sa giocare semplice. Questa Juve, per ora, non lo sa fare.

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