Il closing più lungo del mondo, tra fiction e tristezza. Arbitri, ha ragione Ferrero: magari basta rompere. La Juventus rischia di andare in fondo a tutto, gli mancano un paio di pedine

di Andrea Losapio
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L'ultimo editoriale scritto oramai tre settimane fa raccontava di una squadra di Beijing, il Guoan, che voleva Alberto Paloschi. Oppure Mattia Destro. Insomma, giocatori di media caratura per una valutazione monstre: era appena passato di mano per 3,6 miliardi di Yuan, una cifra che virtualmente avrebbe superato quella per il closing del Milan, perché solamente per il 64% della società. Poi, come sembrava inopportuno pensare, la chiusura dell'affare con la sedicente - si vergogna qualcuno a leggerlo o finalmente si può chiamarla tale? - cordata cinese è saltata, con la possibilità reale che, alla fine, il Milan rimanga in mano (del tutto) a Berlusconi. Insomma, il closing più lungo del mondo, come lo avrebbe ribattezzato Osvaldo Soriano in un suo racconto, "il rigore più lungo del mondo". Leggetevelo. Hai voglia poi, se sei fratello di Silvio, a dire, qualche settimana fa ad ammettere il vero, che miglior garanzia non c'erano dei 200 milioni versati in due rate. Perché poi fa sorridere (non ridere a crepapelle, perché non è giusto) che a un certo punto ci siano dei problemi, che qualche investitore si sia tirato fuori. Perché la domanda è: ma c'è mai stato davvero un investitore forte che volesse davvero compiere un passo così importante come una valutazione di oltre 750 milioni di euro (anche per fare mercato, oltre a chiudere debiti pregressi e tutto il resto) per una squadra che: a) non ha lo stadio di proprietà, b) non ha un brand esagerato a livello mondiale, c) ha aumentato negli ultimi dieci anni del 4% del suo fatturato - contro rivalutazioni monstre degli altri club europei, siamo a livelli del 200% - perché incapace di investire i soldi buttati durante gli anni, d) ha solo Milanello come punto di riferimento e asset societario da mettere sul banco. Ora, bisogna davvero pensare di essere dei begli spendaccioni per comprare l'alter ego di Milano dopo che Thohir lo ha fatto pensandoci ben più di un paio di volte per una cifra praticamente dimezzata, se non di più. Di tutta questa storia, però, permetto di sparare sulla categoria: c'è chi è andato in Cina, ha fatto un grande lavoro, è tornato indietro con i suoi dubbi. C'è chi è stato coperto, perché magari non ha avuto la possibilità di volare per capire che cosa fosse davvero SES (in realtà non lo sappiamo ancora, ma questo è un altro discorso), e ha preferito porre dei dubbi, degli interrogativi, con condizionali usati a profusione. C'è chi ha pubblicato veline di chi è direttamente coinvolto nell'affare, ovviamente male perché diventi una marionetta. E chi si inventa la notizia perché è giornalista, nonché tifoso, nonché tifoso giornalista: quando una notizia non c'è, come una mano di poker, lasciala andare. Spari, sbagli, capita, torna a fare quello che facevi prima con più perizia e mestiere. Un mio vecchio maestro di giornalismo mi ha sempre detto: "Sparala, una stupidaggine, una volta ogni tanto. Per capire l'effetto che fa". Se costruisci la tua carriera su questo, però... Amen, meglio lasciar perdere.

Poi c'è la questione Roma, che è un altro bel capitolo della stessa pagina. Sì, no, forse, poi mutilato, il progetto della società di Pallotta alla fine diventerà realtà. Sarebbe bello capire qual è la vera intenzione per rientrare in tutte le spese, sebbene sia un progetto decisamente in tono minore rispetto a quello precedente. La Roma con un investimento da un miliardo di euro diventerà la seconda società d'Italia per introiti, a meno che Suning non porti così in alto il brand da anticiparla. Cosa significa? Che uno stadio, in Italia, vale poco. Certo che sposta qualche asset di mercato, ma provate a chiedere all'Udinese cos'è cambiato dallo stadio di proprietà. Non ha incassi da Bayern Monaco, ma forse nemmeno da Atalanta. Qualcosa è migliorato, sia chiaro, ma non è la panacea di tutti i mali. Certo, c'è una dirigenza diversa rispetto al Milan, a meno che il closing non porti davvero qualche professionista. Sarebbe bello sapere i nomi ed evitare di dirli così, tanto per illudere. E la Juventus? Certo, con lo Stadium ha fatto un salto di qualità, ma provate a chiedere di mollare i diritti televisivi, quello che diceva Ferrero prima dell'assemblea di Lega. Altra grassa risata.

Ecco, appunto, il presidente della Sampdoria ha ragione. Pur con qualche piccolo problema, nel senso che pure lui è stato il primo a lamentarsi, basta rompere i coglioni agli arbitri. Lui lo dice per curare l'orticello, per far sì che la Serie A sia appetibile (ci sarà da divertirsi con il miliardo di euro delle televisioni, prossimo venturo) non perché ci creda realmente. Invece è così, pur essendo tutti quanti dei grossi polemici, bisogna lasciare perdere. Perché Callejon è in fuorigioco, alla Juventus manca un rigore, lo scontro Albiol Pjanic sarebbe stato tiro dagli undici metri, Reina è entrato per prendere tutto su Cuadrado, Alisson no. Al netto degli errori arbitrali, che come sempre ci possono stare, la verità è che non si può ridurre un campionato, novanta minuti ma anche trentotto turni, a una svista. Certo, una partita come la Coppa Italia sì, ma è un clima che va avanti da tutto l'anno, qualsiasi cosa accada è colpa dell'arbitro. Cosi rientriamo nel giornalismo tifoso. Basta, non ha senso, non è la nostra funzione sociale. Poi c'è chi pretende di dare lezioni senza mai aver letto un libro, altro ben fenomeno sociale che la rete continua a propinarci. Verrebbe da piangere, ma meglio ridere.

Parliamo anche di calcio giocato. La Juventus è forte, fortissima, bravissimo Allegri nella gestione del caso Bonucci - e della zuffa nello spogliatoio - e anche a disegnarla con questo 4-2-3-1. Mancano ancora un paio di interpreti per essere ai livelli del Real Madrid, ma questo è un altro discorso. Merengues avvisate dal Napoli versione Olimpico, che concede l'ennesimo Scudetto alla Juve, il sesto, sarebbe quello del record. De Laurentiis vuole Gasperini per il dopo Sarri, ma deve essere lui a capire che gli investimenti devono essere necessariamente diversi. Sul Milan meglio non esagerare oltre, la Fiorentina ha i suoi bei problemi, le tre retrocesse sono praticamente già scelte. Così meglio chiudere sull'Inter, su Pioli che si lamenta della stampa (ma va?) perché fa solo il suo dovere. In realtà sarebbe da far sempre, porre interrogativi e scenari futuri. Ci sta che alle volte il nostro lavoro dia fastidio, perché la categoria sarebbe e dovrebbe essere sempre scomoda. Quindi ben vengano alle domande su Simeone o su Conte. O su altri. "I fenomeni" sono gli altri, quelli che scardinano un ambiente in cui chiedere un'informazione è visto come un crimine. Prima o poi rimarranno soli, loro, senza giornalisti né tifosi. E la colpa, almeno secondo i protagonisti, sarà sempre nostra.


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Mercoledì 29 Marzo 2017
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